lunedì 14 aprile 2014

Umberto Eco a Bologna insegna come imparare a soffrire

Se fosse per Umberto Eco quei mali fisici sostenibili, i dolori tollerabili che prima o poi sappiamo che passeranno, andrebbero curati con la conoscenza e la cultura. E proprio per questo è convinto che vada incoraggiata un'''educazione al dolore''.







 Il semiologo vede la cultura come cura, una medicina contro i mali, un palliativo per i dolori. Eco la pensa così, e sa che non tutti quelli venuti ad ascoltare a Bologna la sua lectio magistralis sul dolore hanno la sua stessa opinione. Però si dice convinto e ammette sin da subito: ''Non vanto competenze sulle cure palliative, mi compiaccio per il loro sviluppo, ma le mie sono riflessioni, perché si sta rovesciando l'idea del dolore come condanna ineliminabile''. Tiene la platea del Mast (luogo d'arte voluto dalla fondazione Seragnoli, nome legato indissolubilmente all'Istituto omonimo che è un centro di eccellenza per l'ematologia) con gli occhi fissi verso il palco. Una lezione - in occasione della cerimonia di consegna dei diplomi del Master e del Corso di alta formazione in cure palliative dell'Università di Bologna e dell'Accademia delle scienze di medicina palliativa - che, partita dalla filosofia greca e romana, arriva fino ad oggi, ''in un crescendo di erotica del dolore'' che gioca ''ai limiti della compiacenza, come nel Cristo sanguinolento della Passione di Mel Gibson'' o come ''il piacere per il dolore altrui che viene istituzionalizzato nelle trasmissioni di prima serata''.

Secondo il professore ''la conoscenza, la cultura alza la soglia di sofferenza, anche se questa componente culturale non vale per i dolori insostenibili, e qui per questo celebriamo le cure palliative. Ma per le sofferenze che non annunciano malattie terminali può essere incoraggiata un'educazione al dolore''. La ricetta di Eco non è semplice: ''Come impartirla non è affare mio - ammette - ma può essere una delle frontiere avanzate della medicina, della psicologia e della filosofia di domani''. Lui, davanti agli studenti del Master e del corso per le cure palliative, ha parlato per lo più di quella di ieri, passando di cultura in cultura e facendo una netta distinzione tra dolore fisico ''per il quale già i medici ippocratici suggerivano accorgimenti'' e morale, ''come nostalgia, melanconia, angoscia, rimpianti, sentimenti che hanno spinto sin dall'antichità ad elaborare una complessa filosofia del dolore''. Il momento di non ritorno nella storia dell'umanità, su cui si sofferma Eco, è la crocifissione di Cristo: ''Il dolore fisico cambia di segno - dice - ha una funzione salvifica'', e va accettato come occasione di ''redenzione''. Ma col passare dei secoli, nella cultura rinascimentale e barocca, si arriva a riconoscere nel Cristo ''un uomo vero, battuto''.

Cita Hegel, Schopenhauer, Dostojevski, Proust, Montale e Pavese, per arrivare a quella ''grande conquista della sensibilità moderna e contemporanea e del nuovo atteggiamento mistico verso i dolenti'' che Eco vede rispecchiato in Madre Teresa di Calcutta. Infine una 'lode' alla possibilità che oggi la medicina ci dà di ''eliminare un dolore eccedente, quello che potrebbe non esserci''; e una stoccata di realismo: ''I farmaci non rimuovono i rimorsi, i rimpianti e la malinconia''. E dopo un'ora di lezione, tra dolori fisici e morali e sofferenze sostenibili e non, il semiologo conclude con un sorriso: ''Ma qui mi fermo e vi lascio al vostro prossimo mal di denti''.

(Di Nicola Lillo) (ANSA) - BOLOGNA, 10 APR

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